Gli alimenti che consumiamo ogni giorno, purtroppo, non sono esenti da contaminanti. Spesso, quando mangiamo il nostro piatto preferito, oltre i preziosi nutrienti come proteine, carboidrati, grassi e vitamine, introduciamo nel nostro corpo anche molecole invisibili, alle quali spesso non si dà molta attenzione. Ne sono un esempio i PFAS, composti chimici associati a diversi effetti tossici.
Si tratta di sostanze perfluoroalchiliche, ovvero catene alchiliche caratterizzate dal legame carbonio-fluoro, un legame chimico che conferisce resistenza alla degradazione. Le classi più comuni sono quelle dei PFOS (acido perfluoroottansulfonico) e PFOA (acido perfluoroottanoico). Questa famiglia di composti è utilizzata sin dagli anni ’50 in diverse applicazioni industriali: tappeti, estintori, carta, tessuti, prodotti per la cura della persona, fino al packaging alimentare come contenitori di plastica, carte alimentari oleate, pentole e tegami antiaderenti.

La loro elevata resistenza termica e meccanica fa sì che persistano nell’ambiente per molto tempo, contaminando acque sotterranee e suoli. In questo modo, tali sostanze organiche raggiungono tutti gli alimenti, anche quelli di origine animale, riuscendo a contaminare tutta la catena alimentare giungendo fino all’uomo. Nemmeno l’acqua potabile è esente dalla loro presenza. L’inquinamento ambientale di queste sostanze, permette che queste arrivino sulle nostre tavole, e infine, come ultimo effetto dannoso, nel nostro organismo.
Per di più, l’ambiente non è l’unico modo con cui i PFAS raggiungono gli alimenti. Spesso questi possono migrare dal packaging alimentare agli alimenti contenuti all’interno. Questo accade specialmente se la confezione è lasciata in prossimità di fonti di calore, anche per pochi attimi. Il trasferimento dei queste molecole dall’imballaggio o dai tegami antiaderenti, dipende inoltre, anche dalla natura dell’alimento. Più grasso, secco e salato sarà l’alimento, maggiore sarà la sua capacità di “assorbire” gli acidi perfluoroalchilici. Ecco che così, i PFAS, intenzionalmente aggiunti per migliorare le proprietà fisiche dei materiali da imballaggio o per conferire anti aderenza, passano nell’alimento, arricchendolo di tossicità.
Infatti, una volta assimilati, questi composti chimici interferiscono con la nostra salute, provocando danni, specialmente a dosi elevate e nel lungo periodo. Il bioaccumulo da PFAS nell’organismo umano è ancora oggetto di studi scientifici da parte delle autorità, ma le ipotesi di tossicità ci sono tutte. Si sospetta, infatti, possano generare effetti cancerogeni e teratogeni, ostacolare la crescita e la fertilità, ed infine, alterare il sistema immunitario ed endocrino. Inoltre, l’aumento dei livelli di PFAS nel sangue potrebbe far aumentare i livelli di colesterolo LDL e di acido urico. Sono stati osservati degli effetti tossici anche su fegato e reni.
Studi recenti dell’Università di Harvard, hanno evidenziato una correlazione tra PFAS e aumento di peso: questi composti chimici sono anche in grado di rallentare il metabolismo e rendere più difficile la capacità dell’organismo di bruciare calorie, specialmente per le donne.
Interventi europei per il monitoraggio dei PFAS
I potenziali pericoli per la salute proclamati da EFSA hanno certamente destato preoccupazioni, aumentando l’attenzione sulla tematica e generando pareri contrastanti. Dal momento che si tratta di inquinanti tossici, persistenti e fortemente diffusi nell’ambiente, la Commissione Europea ha ritenuto necessario un provvedimento legislativo con lo scopo di fare chiarezza. Su questo fronte, l’anno appena trascorso ha visto notevoli sviluppi per la tutela della salute e della sicurezza dei consumatori. Ben tre sono gli interventi normativi sulla legislazione alimentare che aggiornano l’ormai l’abrogato Regolamento (CE) n. 1881/2006 che regola i contaminanti alimentari.
Il Regolamento (UE) 2022/1428 fornisce le linee guida di campionamento e analisi dei PFAS negli alimenti. Invece, il Regolamento (UE) 2022/2388 regola i limiti massimi in carne, pesce, crostacei, molluschi e uova, in quanto questi alimenti presentano i più alti livelli di PFAS. I limiti posti sono più bassi rispetto alla soglia di tossicità, ma è preoccupante che più della metà della popolazione globale sia esposta a livelli più alti rispetto ai limiti stabiliti.
A supporto degli enti di analisi e della ricerca scientifica, c’è la Raccomandazione (UE) 2022/1431 per il monitoraggio dei PFAS negli alimenti. Sebbene gli alimenti di origine animale siano i più contaminanti, le analisi per il monitoraggio andranno fatte anche su frutta, ortaggi, radici e tuberi, cereali, frutta a guscio e semi oleosi. Saranno oggetto di analisi anche gli alimenti biologici e gli alimenti per l’infanzia.
Strategie per abbatterli e possibili alternative
Nonostante lo scenario possa non sembrare roseo, una freschissima novità tecnologica permette quasi di tirare un sospiro di sollievo. Il 1 Maggio 2023, l’azienda statunitense Revive Environmental ha annunciato una sua nuova tecnologia per la distruzione delle sostanze perfluoroalchiliche. PFAS Annihilator è l’ambizioso nome della tecnologia che permette, tramite temperature e pressioni estreme, di bonificare acque di suolo e rifiuti urbani.
Anche per il packaging alimentare ci sono delle alternative. Esistono numerosi composti di sintesi non fluorurati con caratteristiche simili ai PFAS: é il caso della carbossimetilcellulosa (CMC), dell’alcol polivinilico (PVOH) e di numerose dispersioni acquose di cere o cellulose.
I PFAS rappresentano, quindi, un concreto rischio alimentare a cui siamo sottoposti, ma sul quale, per fortuna, aumenta sempre di più la sensibilizzazione e la divulgazione.

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